Intervento sul documento di economia e finanza

filippi aulaLegislatura 17ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 018 del 06/05/2013
Discussione del documento: (Doc. LVII, n. 1) Documento di economia e finanza 2013 (ore 17,51)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Filippi. Ne ha facoltà.

FILIPPI (PD). Signor Presidente, onorevoli colleghi, rappresentanti del Governo, concentrerò questo mio intervento essenzialmente sull’allegato infrastrutture, l’undicesimo dalla sua istituzione. Un documento che, dal 2003, costituisce parte integrante dell’atto di programmazione più generale di economia e di finanza, come previsto dall’articolo 1 della legge obiettivo, come prevede l’articolo 10 della legge di contabilità e finanza pubblica e come più recentemente confermato anche dalla legge di coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri. Ciò nonostante, la redazione e l’esame di questo provvedimento da tempo si traducono sostanzialmente in un mero e formale adempimento burocratico: una sorta, insomma, di report informatico sullo stato di avanzamento dei lavori circa le grandi opere che nel corso degli anni hanno avuto differenti livelli di approvazione, di finanziamento e di realizzazione, e sulle quali non sempre è facile comprendere logica e raziocinio in un quadro programmatorio che si vorrebbe invece ordinato e certo. La spesa per investimenti, e segnatamente quella dedicata alla programmazione degli interventi finalizzati alla dotazione infrastrutturale del Paese, dovrebbe rappresentare il programma essenziale di sviluppo che un Paese riesce a darsi e coerentemente a perseguire. È chiaro che, nel contesto temporale dato, il Documento al nostro esame risente in maniera evidente e direi inevitabile dell’impostazione data dal Governo precedente piuttosto che da quello attualmente in carica. La prima osservazione, allora, è quella di chiedere al nuovo Governo, e segnatamente al Ministro competente, di affrontare con cura per il futuro, con la giusta attenzione e il dovuto rigore, il compito che la legge prevede e gli assegna. Una seria pianificazione non è un esercizio astratto, un libro dei sogni in cui ricomprendere tutte le più o meno legittime richieste che dai diversi territori del Paese provengono in ragione di un presunto o reale stato di deficit o arretratezza infrastrutturale; ma non è neppure l’assenza di qualsivoglia programmazione delle priorità, come di fatto la legge obiettivo ha deliberatamente costituito in questi dieci anni. In passato infatti si è assolto, da parte dei Governi che si sono succeduti, ad una funzione di sostanziale acritico accoglimento dello stato dei bisogni provenienti dai territori, spesso con accordi di programma Stato-Regioni svincolati da ogni logica di sostenibilità e di copertura finanziaria, fino a far lievitare così il Piano delle infrastrutture strategiche, come stimato dal 7° rapporto sull’attuazione della legge obiettivo, ad un ammontare di circa 375 miliardi di euro per le 390 opere previste. È giunto il momento di prendere atto della inadeguatezza della legge obiettivo a corrispondere alle effettive necessità che il tema infrastrutturale in questo decennio ha posto e a cui non è stata in grado di assolvere in termini di selezione delle priorità, di celerità nelle procedure di approvazione e di finanziamento e di certezza in termini di disponibilità finanziarie. I dati contenuti nel report dell’allegato infrastrutture sono eloquenti: se infatti si passa dall’universo delle 390 opere comprese nel PIS al valore delle 190 opere del perimetro CIPE, ovvero quelle approvate almeno una volta da detto organismo, con progetto preliminare o progetto definitivo e quadro finanziario allegato, il costo stimato si riduce a 142,5 miliardi di euro, pari solo al 38 per cento del costo dell’intero programma, rispetto al quale le risorse disponibili ammontano ad appena 78,3 miliardi di euro, che consentono una copertura finanziaria pari al 55 per cento del costo stimato. Ma le opere effettivamente realizzate e concluse nel decennio più recenti studi affermano attestarsi ad appena il 4 per cento e valutano nuove risorse per i prossimi anni in non più di quattro o cinque miliardi effettivi. Di fronte a questo quadro il Governo credo debba allora mettere più seriamente mano ad una pianificazione degna di questo nome: ve n’è bisogno, tanto più, nelle condizioni economiche che il Paese attraversa. Il che significa fare chiarezza, una volta per tutte, sulle effettive disponibilità finanziarie per i prossimi anni e su quelle realmente disponibili già adesso, perché è solo in ragione di queste che sarà possibile dimensionare priorità e tipologie realizzative. In conclusione, e sommessamente, alcune indicazioni che possono venire utili per il futuro che abbiamo di fronte. Questo Governo ha un anno di tempo per preparare un serio allegato infrastrutture dimensionato sulle risorse effettivamente disponibili: non lo sprechi! Circoscritto il perimetro delle risorse, definisca in ragione delle priorità comunitarie – le infrastrutture ricomprese nell’ambito della core network – quelle priorità necessarie che corrispondono per il nostro Paese agli obiettivi a breve e medio termine per il suo urgente ammodernamento infrastrutturale. Probabilmente si scoprirà che la stagione delle grandi opere dovrà essere momentaneamente accantonata in attesa di periodi economici migliori e che invece urge completare, con infrastrutture di raccordo e di potenziamento, quelle che sono le nostre naturali porte d’accesso per le merci e per i passeggeri, vale a dire i porti e gli aeroporti e il loro collegamento con le principali arterie ferroviarie e autostradali. Si scoprirà, forse, che probabilmente le opere e gli interventi necessari al rilancio della logistica nel nostro Paese, fattore determinante per la nostra economia, non solo non hanno bisogno di rilevanti risorse per interventi faraonici, ma che spesso con poche centinaia di milioni si potranno risolvere drammatici problemi di congestionamento, che in questi anni hanno fatto perdere tempo (e quindi denaro), ma anche occasioni di sviluppo importanti. Probabilmente, se avremo il coraggio di perseguire questa logica, scopriremo che si tratterà di opere che si ripagheranno da sole, grazie al miglioramento delle condizioni e delle ricadute economiche che produrranno su quei territori e che il solo non farle determina un costo ormai insopportabile per le collettività. Insomma, auguro a questo strano Governo e a questa più strana maggioranza che lo sostiene, a cui non è data la possibilità di fallire se vogliamo che la politica ripari ai danni prodotti in questi anni e recuperi la credibilità necessaria, una sorta di rivoluzione copernicana in tema di infrastrutture. Molto può essere fatto con poco, purché si faccia davvero e purché si faccia presto. Abbiamo un anno appena, non per il varo di poche e improbabili grandi opere, ma per un piano di tante piccole ma realistiche opere, in grado di mettere in pochi anni le ali al Paese, dare lavoro a migliaia di tecnici e operai e migliorare nei fatti le condizioni economiche delle nostre realtà industriali e le condizioni di vita dei nostri centri urbani. È solo dando fiducia alle potenzialità presenti sui territori che possiamo vincere la difficile sfida che abbiamo di fronte: quella di una crisi che sembra non darci respiro. Dobbiamo farlo soprattutto per la passione e la tenacia che ogni giorno milioni di italiani mettono nell’attività delle loro imprese, per far sì che l’Italia non sia una sciagurata condizione geografica, ma il più bello e importante marchio di fabbrica che abbiamo tutti a disposizione.